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Cavagne per ricotta fatte a mano, anni ‘50-‘60
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C’è un tempo che scorre tra le mani sapienti, un tempo fatto di gesti tramandati, di silenzi interrotti solo dal borbottio del latte che sobbolle e dal tintinnare degli strumenti di caseificio. In un angolo della cucina rurale, illuminata dalla luce obliqua del mattino, riposano queste antiche cavagne, piccole architetture intrecciate a mano, che per decenni hanno accolto il miracolo della trasformazione: il latte che diventa formaggio. Usate tra gli anni ’50 e ’60, quando la produzione casearia era ancora un rito domestico o artigianale, queste forme in canna servivano per modellare e drenare le ricotte fresche, lasciando che il siero colasse lentamente attraverso le sottili fessure. L’aria sapeva di panna e di fieno, e le mani esperte delle massaie, con un movimento fluido e familiare, sformavano delicati cuori di latte, pronti per essere gustati con miele o una spolverata di zucchero. Legate ancora insieme, come a custodire i sussurri di quei giorni, portano con sé il sapore di un’epoca in cui il cibo era fatto di attese e di pazienza, di albe fredde e di gesti ripetuti con la sicurezza di chi conosce il segreto della terra e del tempo. Un frammento intatto di memoria rurale, testimone di un’arte antica, quando ogni forma di ricotta era un piccolo capolavoro.




